l'affanno
sono cerchi, colonne di cerchi.
sono le traiettorie di un paio d'ali forse inutili adesso che piove. ali di poche ore che non sanno del sole, troppo poco per capire di poterne sperare. metri a decine in curva continua, tra sassate che arrivano dall'alto che non sanno di dover evitare. tanti minuti in fila a sbattere contro un muro sul quale non sanno di volersi posare. ali continuano a salire, a scendere, scendere e salire a sbattere e bagnarsi a tornare sul posto dove son già state, nel posto dove già è successo nulla e di cui nulla potrebbero ricordare.
ali, tali solo per la fatica di saper volare.
per la prima volta, ben distinto, ho sentito questa sera il rumore del tempo. il ticchettìo del mio orologio sul comodino era evidente nonostante la pila fosse più scarica di ieri. per ascoltarlo ho posato il libro sul lenzuolo e ho interrotto per un attimo il respiro. ho preso la matita per fissarlo sulle righe del quaderno, ma il baccano di grafite trascinata lo ha coperto tanto che, per sentire ancora, ho dovuto smettere di scriverlo.
[1.2]
come un gatto, a volte, si arrampicava sulle facciate per raggiungere la finestra che voleva, quella attraverso la quale sapeva di poter osservare il sonno più tranquillo ed anche se il piano era il terzo od il quinto lui non pensava a quanto in alto, lontano dal marciapiede fosse. ogni notte, fino all'alba, cercava i sogni degli altri perché lui aveva dimenticato come si fa ad addormentarsi.
è in piedi vicino ad un citofono, ha appena finito di camminare, ora si è fermato. guarda le scarpe di lei che sta cercando le chiavi nella tasca del cappotto e lo fa con timidezza. lui è rosso in viso ma non si vede, ha la sciarpa tirata sotto al naso tanto è fredda la notte di milano. fa arrivare gli occhi a quelle dita che sa sfiorerà in una carezza fin lì trattenuta; lei lascia fare. le mani assieme si sollevano verso labbra appena liberate al gelo. ora loro desiderano solo cose che succederanno dal prossimo secondo.